Due mesi dopo l’inizio della stagione abbiamo incontrato Jacopo Valentini, preparatore atletico Minibasket SAV e allenatore della U17 RPM. Un passato da giocatore professionista e tanti sogni nel cassetto. In questa intervista Jacopo racconta la sua passione per la palla a spicchi.

Intervista a cura di Giorgia Bernasconi

Ne parla con un luccichio speciale negli occhi, di questa sua pallacanestro che lo accompagna da così tanti anni. Ex giocatore professionista, Jacopo Valentini ha iniziato a giocare grazie alla madre, convinta che la pallacanestro fosse uno sport completo. È così che all’età di 13 anni Jacopo ha preso per la prima volta una palla in mano, e non si è più fermato.

Girando diverse città dell’Italia ha giocato in Serie A2, B1 e l’ultimo anno in Serie C Gold. Ha partecipato alle universiadi, i giochi olimpici per studenti universitari, che lo hanno portato a fare moltissime esperienze, sempre circondato da grandissimi personaggi.

Da quest’anno allena la formazione U17 per il Raggruppamento Pallacanestro Mendrisiotto ed è preparatore atletico per il settore giovanile della SAV Vacallo. E noi siamo andati a fargli qualche domanda.

Quali sono i tuoi ricordi più belli da giocatore?

Devo dire la verità, ogni anno c’è stato qualcosa di positivo e qualcosa di negativo. Avendo girato veramente tante città, dal punto di vista cestistico posso dire di aver fatto magari alcuni errori, rifiutando anche società come Trento. Ma a parte qualche errore personale credo che qualsiasi esperienza mi abbia lasciato sicuramente qualcosa dal punto di vista della crescita.

Ho poi avuto la fortuna di giocare con veramente grandi campioni. Il primo anno di serie A ho fatto la panchina con Alexandar Djordjevic e Alphonso Ford, insomma, dei fenomeni. Ero nella B1 a Pesaro con Carlton Myers. L’anno di Sant’Antimo c’era Dante Calabria, un ex Armani Jeans. Ho avuto Jeff Brooks a Jesi, Maggioli, Ryan Hoover… me ne ricordo parecchi, e qualcuno mi è rimasto amico.

Adesso invece ti occupi di preparazione fisica per la SAV. Come mai è così importante già nei bambini piccoli?

Perché sono le età nelle quali se non si stabilizzano e non si creano determinati tipi di pattern motori, e quindi atteggiamenti fisici piuttosto che reazioni psicologiche, è poi difficile, se non impossibile, ricrearli. Quindi è sicuramente una cosa fondamentale, anzi, direi che forse viene prima della preparazione degli U17, ad esempio. Credo che sia proprio la base per la quale un bambino non solo si relaziona con gli altri, e quindi inizia a capire aspetti sociali importanti, ma inizia anche a capire com’è il proprio corpo, che è fondamentale, quindi come reagire, come respirare, come correre, come muoversi in uno spazio preciso.

Penso che la mia fortuna in questo momento sia il fatto che a me piace correre, mi piace stare con i bambini e penso, per certi punti di vista, di avere proprio lo spirito di quello che vuole sempre giocare. Quindi questo mi agevola. Cerco di dimostrare tutto quello che faccio, cerco di far vedere, di far capire a che cosa serve l’esercizio e perché serve, con la speranza e con l’idea che farlo 10, 15 volte, comunque ad un certo punto qualcosa passa.

Devo essere onesto nel dire che la Svizzera mi ha dato una capacità differente di comprendere, cioè quella della relazione sociale intesa in maniera ancora più ampia. Differenze [tra Italia e Svizzera] ci sono in positivo e in negativo. In negativo, credo che l’agonismo che c’è qua sia minore rispetto a quello che c’è in Italia, e questo secondo me per alcuni ragazzi svizzeri, o chi viene qua, è un problema perché non riesce mai ad arrivare al potenziale. Magari ti fermi prima e non è solo un fatto sportivo, ma proprio un fatto di forza fisica, di capacità. Io mi rendo conto di aver avuto la fortuna di incontrare grossi preparatori e ho molta più energia di altri, ed è un aspetto fisico. Dal punto di vista del pro, e quindi del favore che ha la Svizzera, è che proprio questa mancanza di agonismo certe volte te la fa vivere più sereno, e sereno lavori comunque meglio secondo me. Cioè è una capacità di fare le cose con naturalezza forse maggiore, che in Italia non c’è.

Hai a che fare sia con bambini che con ragazzi, come li motivi a lavorare?

Dunque, con i bambini piccoli li lascio fare un po’ di più perché credo che comunque sia anche un’età nella quale un ragazzino deve esprimersi dal punto di vista del muoversi, quindi in tutti i modi, dal parlare, dal correre…sempre nei limiti. Aver fatto sempre atletica piuttosto che pesistica piuttosto che salto, mi pone in una situazione di “vantaggio”. Nel senso, io posso dimostrare che quella cosa in quella maniera lì funziona, quindi nessuno mi può dire “no, non lo fa”. Quindi, una volta dato l’esempio, se non lo seguono una, due, tre volte, alla quarta faccio correre serenamente, suicidi, proprio in maniera tranquilla. Anche perché credo che sia veramente una forma di educazione. Quindi se uno riesce, e non è sempre facile, a stare entro certi limiti, è la terza forma di educazione, dopo la casa e la scuola.

In quanto allenatore della U17, come valorizzi i tuoi giocatori?

Qui ho un piccolo problema di numero. Arrivano in 17/18, quindi non è facile, anche perché comunque sono ragazzi abbastanza vivaci. Però credo che nella testa di un ragazzino vedere qualcosa che funziona e che gliela puoi dimostrare sia la chiave. Comunque penso che un’altra fortuna è che avendo fatto molta preparazione fisica, avendo studiato molto sul corpo, quando vedo che una persona ha un limite strutturale, non lavoro sulla tecnica o sul fondamentale, ma cerco di correggergli l’aspetto strutturale, che è una cosa differente. Poi magari uno dice “vabbè ho la scuola”, “ho la gita con gli amici”, quando invece penso che mio padre mi abbia detto “sì, prima ti prendi la responsabilità: se scegli di fare pallacanestro prima vai a scuola, e dopo vai a pallacanestro”. Ma era comunque un tipo di educazione diverso, non dico giusto o sbagliato, ma sicuramente prendersi le responsabilità appieno di fare una cosa credo che sia importante.

Anche se è passato poco tempo dall’inizio della tua carriera, come ti descriveresti come allenatore?

Sicuramente, siccome è sempre stata una mia caratteristica, penso di essere una persona che cura molti aspetti e quello è la cosa che cerco di trasmettere. Bene o male cerco di farlo nella miglior maniera possibile. In 15/18, con qualcuno che va e qualcuno che viene, non è sempre facile.

Abbiamo parlato di passato e di presente. Per quanto riguarda il futuro hai un obiettivo, un sogno nel cassetto?

Vorrei riuscire a trasferirmi qua in Svizzera, definitivamente. La mia idea è quella di continuare con il basket qua, perché è una cosa che mi piace molto, stare con i ragazzi. Non mi sento di aver abbandonato quello spirito comunque di casinista. Quindi niente, vorrei stabilirmi qui perché comunque devo essere onesto, la Svizzera mi trasmette tranquillità. Quindi se riuscissi a trovare un lavoro stabile, in una palestra o qualcosa di questo genere, sicuramente, per ora mi andrebbe più che bene. Per il futuro ho in mente molte cose, ma un passo alla volta è positivo.

Chiudiamo con una specie di gioco. Visto che tutti, bambini e ragazzi, guardano la NBA, ti chiedo ruolo per ruolo quale sia il giocatore più forte al mondo, presente e passato.

Io sono uno che non guardava molto l’NBA. Della serie, non guardo le partite di NBA perché secondo me fino ad una certa data era marketing, quindi non era pallacanestro. Non si può dire la stessa cosa per l’Eurolega, che forse a parte le finali play-off NBA, è basket per eccellenza.

Allora, ruolo per ruolo… parto dal centro. Secondo me uno dei più devastanti era Shaquille O’Neil, lui era fuori categoria. Come 4 direi Kevin Garnett, perché aveva un’altra capacità di stare all’interno del gioco e di capirlo. Come 3, vabbè, ci mettiamo LeBron James perché è troppo forte. Come 2 Jordan e come playmaker, per come gioca avrei messo Russell Westbrook, però non vale perché non è proprio un play. Dunque, playmaker…forse forse direi Chancey Billups, che aveva una capacità di capire le partite a Detroit che era qualcosa di veramente incredibile. Poi chiaro che non era il più forte fisicamente, ma aveva il massimo rispetto quando giocava.

Te la senti di fare lo stesso gioco anche per l’Eurolega?

Direi Teodosic, perché è troppo forte, poi Diamantidis, che dominava. Da 3 direi Anthony Parker, perché mi ricordo che era una cosa incredibile. Come 5 metto Kyle Hines, ci ho giocato contro quando lui era a Veroli, tra l’altro il primo anno uscito dal college. Era 1.96 cm, un armadio messo lì, ma mai avrei detto che arrivava a quei livelli, quindi per me è stata veramente una scoperta, in più era proprio un ragazzo d’oro. E come 4 ci metterei Stonerook, perché era uno che sapeva dove mettersi e sapeva dove far stare gli altri. È un po’ atipica come scelta, anche se magari Datome se lo meriterebbe…

E con questo piccolo giochino lasciamo Jacopo ai suoi ragazzi, già pronti e carichi per l’allenamento. Non possiamo che ringraziarlo per la chiacchierata e per la disponibilità, augurandogli il meglio per il proseguo della stagione.